Psicologa di comunità, Coordinatrice Area Coesione Sociale di Via Varesina 66/f fino al 2025, Monica De Luca ha portato a Mamme a Scuola professionalità, energia e una visione chiara del lavoro territoriale. Oggi, come socia e volontaria, continua a esser parte viva dell’associazione. Ecco la sua testimonianza sul lavoro svolto con Mamme a Scuola:
Ci sono luoghi che funzionano perché le persone si fidano.
Mamme a Scuola è uno di questi: uno spazio in cui le donne, le famiglie, i volontari entrano senza sapere esattamente cosa troveranno, ma con la certezza di essere viste.
Quando sono entrata in Mamme a Scuola, come psicologa di comunità e coordinatrice della sede di Varesina, ho sentito subito questa fiducia. Non era solo un clima accogliente: era una postura precisa, un modo di stare nel territorio e nelle relazioni. Già dall’esterno avevo colto la cura e il senso profondo del lavoro sui beni confiscati, ma viverlo dall’interno ha significato capire che lì l’integrazione non era uno slogan, bensì una pratica quotidiana.
Ho portato soprattutto questo sguardo: l’idea che l’integrazione non sia solo imparare l’italiano – passaggio fondamentale – ma sentirsi parte, poter dare qualcosa, riconoscersi in un “noi”. Come psicologa di comunità non offrivo risposte pronte né soluzioni standardizzate. Il mio lavoro era stare nello spazio aperto del “costruiamo insieme”, restituire le domande, aprire possibilità, tenere viva la dimensione della scelta e del desiderio.
Le classi di italiano, in questo senso, erano molto più di corsi: diventavano luoghi di relazione, familiarità, sicurezza. È da lì che potevano nascere altre proposte, altri gruppi, altre forme di partecipazione. Perché quando c’è fiducia, le persone si espongono, provano, restano.
Ed è proprio in questo contesto che lavorare dentro un bene confiscato alla mafia ha rappresentato un valore aggiunto enorme.
Da una parte un valore per l’associazione, che ha la possibilità di rendere visibile come tutelare i diritti per le persone più fragili sia concretamente fare antimafia: offrire l’aiuto compiti ai bambini, dare strumenti alle donne per orientarsi. Penso, ad esempio, all’importante lavoro dello sportello di orientamento, gestito da una volontaria settimanalmente che con cura aiuta le donne e le famiglie ad accedere al servizio sanitario, al sistema scolastico, ai bandi per l’edilizia popolare, eccetera.
Dall’altra parte, il valore torna al territorio: raccontare agli studenti e alle studentesse la storia criminale di quel luogo, abitare e rendere viva Piazza Prealpi, raccontare la storia di Lea Garofalo, genera consapevolezza, motivazione, decisioni e traiettorie di cittadinanza di cui per la maggior parte perdiamo le tracce, ma senz’altro si diffondono fra le persone che abitano il quartiere.
A Varesina credo sia rimasto soprattutto un lavoro sull’appartenenza. In particolare, alcune esperienze – come il corso di scrittura autobiografica – hanno aiutato molte donne a fare un passaggio delicato ma decisivo: da “vengo perché ho bisogno” a “sono qui perché posso dare qualcosa”. Non solo tempo o affetto, ma competenze, idee, presenza. È un passaggio fragile, mai definitivo, ma profondamente trasformativo.
Questo cambiamento non riguarda solo le singole donne, ma le famiglie intere. Lo si vede nei figli che chiedono di fare volontariato, nel modo in cui Mamme a Scuola entra nei racconti quotidiani, nel rapporto con il quartiere. È qui che il lavoro sociale diventa anche politico: quando genera partecipazione, senso di responsabilità, possibilità di incidere.
Sul piano personale e professionale, Mamme a Scuola mi ha lasciato una certezza profonda: le persone vogliono partecipare, se incontrano contesti vivi e sensati. In un tempo che racconta soprattutto disimpegno e chiusura, io ho visto disponibilità, desiderio di esserci, voglia di contribuire. Questo ha cambiato il mio sguardo sul mondo e continua a orientare il mio lavoro.
Mamme a Scuola, per me, resta questo: un luogo in cui l’integrazione non è adattamento, ma partecipazione. Un contesto che non si limita ad accogliere, ma che chiede presenza, responsabilità, coinvolgimento. Restarci legata, anche cambiando ruolo, significa continuare a credere che il cambiamento avviene solo quando lo si costruisce insieme.
Ci sono esperienze che non finiscono quando finiscono i ruoli. Restano come una postura, un modo di guardare le persone e i contesti. Mamme a Scuola, per me, è questo: uno spazio che continua a insegnarmi cosa significa costruire insieme, a partire dalla fiducia.
